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Carne e pesce imbottiti di antibiotici

30 Marzo 2016 Considerazioni dal mondo vegan

Carne e pesce con antibiotici

La maggior parte degli antibiotici in commercio non è destinata all’uomo.
In Europa il 70% circa è usato negli allevamenti, con grandi differenze tra un paese e l’altro.
Negli USA la percentuale sale all’80% circa.

Si tratta di quantità imponenti: 130.000 quintali di antibiotici nel 2011, rispetto al misero mezzo quintale degli anni 50 del secolo scorso. Contrariamente a quanto si possa pensare, l’uso degli antibiotici negli allevamenti quasi mai è per motivi sanitari.
Nel dopoguerra e fino agli anni sessanta, gli scienziati erano decisi a trovare un modo per far sì che gli animali crescessero più in fretta.
Alla fine, dopo molti tentativi ed errori, avevano scoperto che per quasi tutti gli animali l’aggiunta continua di piccole dosi di antibiotici nel mangime aumentava drasticamente il tasso di crescita, permettendo così di ottenere carne in meno tempo e quindi con meno costi: si parlava di resa del mangime.

Inoltre, prima si cominciava a somministrare il mangime “speciale” agli animali, migliori erano i risultati. Con il calo del prezzo degli antibiotici, questa soluzione divenne ancora più conveniente.

E se funzionava così bene per il bestiame e pollame, perché non anche nell’uomo?

Oggi negli Stati Uniti gli animali vivono in giganteschi allevamenti industriali che arrivano a contenere fino a 500.000 polli o maiali e fino a 50.000 bovini.
I manzi crescono alla velocità della luce e vengono mandati al macello dopo 14 mesi, quando hanno già l’esorbitante peso medio di 545 kg. La dieta dei vitelli passa in fretta dall’erba a del fieno naturale al mais industriale condito con basse dosi di antibiotici.
Il mais è abbondante, costa poco e riceve i sussidi governativi, e viene coltivato in enormi campi ricoperti di pesticidi su un’area che equivale alla superficie totale del Regno Unito.

L’alimentazione artificiale, il sovraffollamento, la mancanza di aria fresca e l’endogamia (selezione del seme) causano spesso epidemie di infezioni, così, paradossalmente, gli animali traggono “beneficio” degli antibiotici.
Finora sono pochi gli antibiotici vietati negli USA.

antibiotici-e-alimentazioneNel 1998, rendendosi conto che gli antibiotici rischiavano di entrare nella catena alimentare dell’uomo provocandone la resistenza ai farmaci, l’Unione Europea ha deciso di proibire l’aggiunta di antibiotici utili alla salute umana nei mangimi animali. Poi nel 2006, ha vietato tutti i farmaci, antibiotici compresi, usati allo scopo di stimolare la crescita.

Tuttavia la carne Europea è ben lontana dal non contenere antibiotici

L’uso illegale dei mangimi è assai diffuso, le leggi europee autorizzano ancora gli allevatori a usare gli antibiotici in caso di problemi, il che avviene regolarmente, spesso con dosi molto elevate.

Se un allevatore ha un animale con un’infezione, è più conveniente dare gli antibiotici a tutti i cinquecento animali della mandria che isolare quello malato e aspettare.

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La quantità spropositata di antibiotici nella carne alimentare e nell’ambiente aumenta la resistenza ai microbi, per cui servono antibiotici sempre più forti per gli animali e

quindi anche per l’uomo!

Fuori dall’Europa gli allevatori non devono sottostare nemmeno a queste regole permissive.
L’UE importa molto dall’estero, perciò non è sempre possibile sapere da dove viene la carne, ne tanto meno se è dell’animale dichiarato sulla confezione, com’è emerso dopo lo scandalo delle lasagne con carne di cavallo.

Oltre un terzo del pesce consumato è d’allevamento

Dal salmone norvegese o cileno ai gamberi thailandesi o vietnamiti.
Oggi anche negli allevamenti ittici vengono usati sempre più antibiotici, e la maggior parte dei fornitori sfuggono ai controlli Europei.
Peggiori sono le condizioni in cui versano i pesci, più tonnellate di antibiotici servono.
Secondo le stime, oltre il 75% degli antibiotici somministrati al pesce d’allevamento superano le gabbie e raggiungono il pesce selvatico locale, come il merluzzo, entrando nella catena alimentare anche per quella via.

Un ulteriore buon motivo per rinunciare all’inutile alimentazione di origine animale.
Buon appetito.

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